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" La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse piú efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte."
Dei delitti e delle pene è un saggio scritto nel 1764 da Cesare Beccaria, giurista e filosofo italiano. In questo estratto, proveniente dal XXVIII capitolo dell'opera, l'autore, profondamente influenzato dagli ideali dell'illuminismo, rifiuta la validità della pena di morte come strumento efficace di governo, autorizzandone la pratica solo in casi estremi.
Consigliato per tutti i gusti e per tutte le età.